Quanto costa un pacchetto di sigarette nel mondo
Lo stesso prodotto può costare dieci volte tanto a seconda del paese. Perché succede, chi guida la classifica e cosa comprerebbe altrove la tua spesa annua.
In breve
Lo stesso pacchetto può costare oltre dieci volte tanto a seconda del paese, e la differenza è quasi tutta fiscale: in gran parte d'Europa circa tre quarti del prezzo al dettaglio sono imposte. L'Australia è fra i mercati più cari al mondo, mentre i più economici si trovano in Asia sudorientale e in Africa subsahariana.
Lo stesso tabacco. La stessa carta. Spesso la stessa multinazionale, lo stesso stabilimento, lo stesso marchio stampato sopra.
E un prezzo che, attraversando un confine, può moltiplicarsi per dieci.
È una delle disparità di prezzo più estreme che esistano per un prodotto di consumo di massa, e non è un accidente del mercato: è una scelta politica, presa deliberatamente, paese per paese.
Il prodotto non c’entra quasi niente
La prima cosa da capire è che quando compri un pacchetto non stai comprando tabacco. Stai pagando una tassa a cui è allegato del tabacco.
In gran parte dell’Unione Europea circa tre quarti del prezzo al dettaglio sono accise e IVA. Il costo industriale del prodotto — foglia, lavorazione, confezione, distribuzione — è una frazione minoritaria del cartellino, e in molti mercati cari è quasi un dettaglio contabile.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda esplicitamente ai governi di portare le accise ad almeno il 75% del prezzo finale, e considera l’aumento della tassazione la misura più efficace in assoluto per ridurre il consumo di tabacco.
Ecco perché lo stesso pacchetto cambia prezzo come se cambiasse prodotto: non è il prodotto a variare, è la percentuale di Stato che ci sta dentro.
In cima alla classifica
L’Australia è stabilmente fra i mercati più cari al mondo, e con un margine ampio. È anche il paese che nel 2012 ha introdotto per primo il packaging neutro — confezioni standardizzate, senza elementi di marca — poi imitato da diversi altri.
Dietro, con prezzi comunque molto elevati, si collocano tipicamente Nuova Zelanda, Irlanda, Regno Unito, Norvegia e alcuni mercati dell’Europa settentrionale. Sono tutti paesi che hanno usato la leva fiscale in modo aggressivo e continuato per anni, aggiornandola sopra l’inflazione perché il prezzo reale non tornasse a scendere.
L’Italia sta nella fascia media dell’Europa occidentale: sensibilmente sopra i mercati dell’Europa orientale, sensibilmente sotto Regno Unito e Irlanda.
In fondo, e perché non è una buona notizia
I prezzi più bassi si trovano in parti dell’Asia sudorientale, dell’Europa orientale e dell’Africa subsahariana, dove le accise sono molto più contenute.
Sembra un vantaggio per chi ci vive. È esattamente il contrario, ed è il motivo per cui l’OMS insiste tanto su questo punto: il consumo di tabacco si sta spostando da decenni verso i paesi a reddito medio-basso, dove i prezzi sono accessibili, la regolamentazione della pubblicità è più debole e i sistemi sanitari sono meno attrezzati per assorbire il costo delle malattie che ne derivano.
Un pacchetto economico non è tabacco scontato. È un costo rimandato di trent’anni e trasferito su un ospedale.
Il numero che rende tutto questo interessante
Qui arriva il dato che spiega perché i governi continuano a farlo, ed è uno dei più solidi dell’economia sanitaria.
La stima consolidata di Banca Mondiale e OMS è che un aumento del 10% del prezzo reale riduca il consumo di tabacco di circa il 4% nei paesi ad alto reddito e di circa il 5% o più in quelli a reddito medio-basso.
Due dettagli lo rendono ancora più significativo:
- L’effetto è più forte sui giovani, che hanno meno reddito disponibile e una sensibilità al prezzo maggiore. È il motivo per cui la tassazione viene considerata soprattutto una misura di prevenzione dell’iniziazione.
- L’effetto è più forte su chi ha redditi bassi, che è anche il gruppo in cui il fumo è più diffuso in gran parte dei paesi ad alto reddito.
C’è un’obiezione ricorrente ed è legittima: prezzi alti alimentano il contrabbando. È un problema reale, che l’OMS riconosce e a cui dedica un protocollo specifico. Ma i dati disponibili indicano che l’aumento del commercio illecito non annulla l’effetto della tassazione sul consumo complessivo: lo attenua.
Cosa comprerebbe altrove il tuo totale annuo
Adesso la parte personale, che è anche quella che rimane in testa.
Fai il conto: prezzo del tuo pacchetto × pacchetti a settimana × 52.
Quel numero, in quasi tutti i mercati dell’Europa occidentale, per un consumo di un pacchetto al giorno, si colloca grosso modo nella stessa fascia di:
- un volo intercontinentale andata e ritorno, in bassa stagione;
- un anno intero di abbonamento ai trasporti pubblici, in molte città;
- diversi mesi di bollette per una famiglia;
- due o tre anni dello stesso identico consumo, in uno dei paesi in fondo alla classifica dei prezzi.
Quest’ultimo confronto è quello che colpisce di più. Non stai pagando di più perché consumi di più: stai pagando di più perché ti trovi da questa parte di una linea su una mappa.
E poi c’è il conto lungo. Moltiplica per dieci anni. In quasi tutti i mercati europei si ottiene una cifra nella fascia dell’anticipo di un’auto o della ristrutturazione di una stanza.
Il prezzo che paghi non è quello sul cartellino
Vale la pena chiudere il cerchio con la cosa più ovvia e più facile da dimenticare.
L’OMS stima che il tabacco causi oltre otto milioni di morti l’anno nel mondo, di cui più di un milione fra i non fumatori esposti al fumo passivo. Nessuna accisa, in nessun paese, incorpora davvero quel costo nel prezzo di vendita: le tasse più alte del mondo restano una frazione di quello che il prodotto costa ai sistemi sanitari e alle famiglie.
In altre parole: perfino in Australia, il pacchetto è ancora in saldo.
Due minuti, oggi
Non serve una decisione. Serve un numero.
Apri l’app della banca, cerca le uscite al tabaccaio dell’ultimo mese, somma e moltiplica per 12. Ci metti due minuti e ottieni la cifra vera — quasi sempre più alta di quella che avresti detto a voce.
Poi, se vuoi fare la cosa che sposta l’ago davvero: per due giorni conta, senza cambiare nulla. Sigarette o tiri, uno per uno. La media reale è l’unico punto di partenza da cui una riduzione ha senso, perché tutti gli obiettivi costruiti su una stima sbagliata falliscono per aritmetica prima ancora che per volontà.
Puff Counter fa esattamente questo passaggio: conta con un tocco, calcola la media, mostra quanto stai risparmiando man mano che il limite settimanale scende. Il totale che vedi crescere è lo stesso numero di prima, girato dalla parte in cui ti conviene.
E se ti è venuto in mente qualcuno che si lamenta ogni volta che il prezzo aumenta, mandagli questo articolo. La parte sul 10% e sul 4% gli servirà.
Domande frequenti
Perché le sigarette costano così tanto di più in alcuni paesi?
Perché il prezzo è composto quasi interamente da accise e IVA, non dal costo del prodotto. In gran parte dell'Unione Europea circa tre quarti del prezzo al dettaglio sono imposte, e l'OMS raccomanda ai governi di portare le accise ad almeno il 75% del prezzo finale come misura sanitaria.
Aumentare il prezzo fa davvero fumare di meno?
Sì, ed è uno degli effetti meglio documentati in economia sanitaria. La stima consolidata di Banca Mondiale e OMS è che un aumento del 10% del prezzo reale riduca il consumo di circa il 4% nei paesi ad alto reddito e attorno al 5% o più in quelli a reddito medio-basso, con effetti maggiori sui giovani.
Quali sono i paesi più cari e quelli più economici per fumare?
L'Australia è costantemente fra i mercati più cari al mondo, seguita da Nuova Zelanda, Irlanda, Regno Unito e Norvegia. I prezzi più bassi si registrano in parti dell'Asia sudorientale, dell'Europa orientale e dell'Africa subsahariana, dove le accise sono molto più contenute e il consumo resta elevato.
Quanto spendo davvero in un anno di sigarette?
Moltiplica il prezzo del tuo pacchetto per quanti pacchetti compri in una settimana, poi per 52. In quasi tutti i mercati dell'Europa occidentale un pacchetto al giorno produce un totale annuo paragonabile a un viaggio intercontinentale, a un anno di abbonamento ai trasporti o a diversi mesi di bollette.